SPARTANI

Sparta (da σπείρω spèirō, cioè “spargere”, “seminare”) era una delle più influenti città-stato della Antica Grecia.

Per Aristotele, Sparta era la più democratica delle città greche, in quanto quella che spesso viene definita una oligarchia aristocratica che governava la città, era formata in realtà da tutti i cittadini.

Uomini: il caratteristico sistema educativo a cui obbligatoriamente veniva sottoposto ogni giovane era detto agoghé (ἀγωγή): un rigoroso regime di educazione e allenamento basato su disciplina e obbedienza cui era sottoposto ogni cittadino spartano fin dall’età di 7 anni. Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, l’allenamento alla guerra e alla pratica militare, caccia, danza e preparazione per la società e per l’attività civile.

L’agoghé era peculiare soprattutto perché si trattava di un’educazione obbligatoria, collettiva, organizzata ed impartita dalla città.

L’obiettivo del sistema era di produrre maschi fisicamente e moralmente robusti perché potessero servire nell’esercito spartano.

L’intera vita dello spartano era votata al diventare un utile e produttivo membro della propria polis. A Sparta questo concetto coincideva col crescere dei guerrieri perfetti, che non si sarebbero mai arresi di fronte a nulla. Questo iniziava sin dalla nascita, quando i neonati venivano valutati dagli anziani della città. In caso di responso positivo i piccoli sarebbero appartenuti a Sparta, non alle loro famiglie.

I bambini allevati a Sparta non indossavano indumenti infantili dell’epoca (le fasce): questo serviva a temprarli e a dare loro la capacità di muoversi più liberamente. All’età di sette anni sarebbero stati assegnati a un paidonómos, un precettore, e iniziava l’agoghé, ovvero il duro periodo di addestramento e prove che li avrebbe uccisi o trasformati in uomini e soldati perfetti.

I bambini venivano educati con metodi che a noi appaiono brutali: i più grandi dovevano punire quelli più piccoli e uno sbaglio portava al pestaggio non solo di chi aveva commesso un errore, ma anche del suo migliore amico. Questo metodo serviva a far crescere il cameratismo tra i giovani, spingendoli a preoccuparsi sempre del compagno. Ma, soprattutto, a far comprendere come un loro errore in guerra potesse comportare la fine di un commilitone. Un concetto fondamentale, qualcosa che renderà davvero grande e mitico l’esercito spartano, ovvero la necessità di sacrificarsi per i propri compagni.

Durante l’agoghé i bambini non potevano indossare vestiti, al di fuori di un mantello, avevano poche occasioni di lavarsi e i loro capelli venivano rasati: tutto l’opposto di quello che avrebbero vissuto una volta diventati parte dell’esercito di Sparta. Erano spinti a rubare per poter sopravvivere e puniti severamente se colti in flagrante, non per il furto, ma per essere stati scoperti.

Questo duro periodo di prove terminava tra i diciotto e i vent’anni, quando i ragazzi sopravvissuti entravano a tutti gli effetti a far parte dell’esercito spartano, in cui militavano fino ai sessant’anni. Questi uomini avrebbero preso il loro posto nella falange andando così a formare le “mura di Sparta”: la città infatti era priva di una vera cinta muraria!

Il regime di vita, fondato su addestramento militare e banchetti comunitari – la specialità dei quali era il “brodo nero” – rimaneva semplice e rustico per tutta la sua vita (da cui l’aggettivo “spartano” a indicare uno stile di vita frugale ed essenziale che non concede alcunché al lusso e al superfluo).

Donne: La regina Gorgo, moglie del celebre Leonida, sosteneva che solo delle vere donne potessero mettere al mondo dei veri uomini. Una frase che rende bene l’idea di quale fosse il ruolo e l’autorità della donna nella società spartana.

Se per i maschi a Sparta la vita non era sedentaria, nemmeno per le femmine l’educazione era meno dura. Sin dalla nascita anche alle bambine veniva imposto di non indossare vestiti e ornamenti. Soprattutto nelle cerimonie pubbliche le bambine, al pari dei maschi, dovevano svestirsi, probabilmente per insegnare loro che il corpo femminile, portatore di future generazioni di spartani, era l’unica vera cosa importante per una donna Lacedemone.

Se nell’istruzione l’arte non era trascurata, con l’insegnamento di poesia, danza e musica, non meno importante erano gli esercizi ginnici: le donne dovevano praticare corsa, lancio del disco e del giavellotto, temprando i loro corpi per poter essere madri migliori. In un certo senso era una forma di eugenetica, si cercava di perfezionare il corpo femminili per perfezionare le future generazioni.

La condizione della donna spartana era generalmente molto più equa rispetto al resto della Grecia. Alle donne di Sparta, in determinati casi, era concesso divorziare dai mariti e a loro spettava il dovere di amministrare lo stato in assenza degli uomini per motivi bellici.

Le donne dovevano sempre spronare gli uomini alla vittoria: celebre la frase, attribuita proprio a una madre spartana, “Τέκνον, ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς” ovvero “Torna con lo scudo o sopra di esso”. Insomma, o gloria o morte. A Sparta le donne godevano di maggiore libertà rispetto a tutte le altre popolazioni della Grecia. A differenza infatti delle altre donne greche, che trascorrevano praticamente la vita nel gineceo delle loro case, le spartane venivano educate a vivere liberamente all’aria aperta. Anche se sposate, non erano tenute a dedicarsi né ai lavori domestici, cui provvedevano le schiave, né alla crescita dei figli, affidata alle nutrici. Esse erano libere di dedicarsi al canto, alla danza e come detto soprattutto agli esercizi ginnici, cui erano addestrate fin dalla più tenera età, in quanto si pensava che così facendo esse potessero crescere sane e robuste e quindi altrettanto sani e robusti sarebbero stati i loro figli. Vestivano con tuniche corte (l’indumento principale per le donne di Sparta era un peplo detto phainomerides, ovvero “mostra coscia”, notoriamente più corto di quello tradizionalmente in uso nelle altre polis greche) e potevano inoltre liberamente circolare con gli uomini. Gli altri greci, per queste abitudini peculiari delle spartane, favoleggiavano così della libertà anche sessuale delle donne di questa città e del loro ascendente sugli uomini, dato che con questi si stabiliva una confidenza sconosciuta alle altre donne greche. Narra ad esempio Plutarco che un giorno una straniera avrebbe detto a Gorgo (moglie del re di Sparta Leonida): “Voi spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini”. E Gorgo rispose: “Siamo le sole che generano uomini”.

I loro diritti sono scritti sulla “Grande epigrafe” di Gorinta, che garantiva loro perfino il diritto di evitare i matrimoni sgraditi, cosa impensabile all’epoca.

Così, nonostante le differenze fra i due sessi, “spartano” è assurto in generale a sinonimo di minimale, duro, temerario, nonché di prestanza fisica e sopportazione di disagi. Dal nome della regione del Peloponneso su cui sorgeva Sparta, la Laconia, deriva poi l’aggettivo “laconico” perfetto per descrivere quei concisi «Ok» con cui si risponde a messaggi lunghissimi.

Sparta peraltro, a differenza di Atene, non conobbe tirannide e non rese mai schiavi i suoi stessi uomini.

Esercito: I soldati di sparta si distinguevano subito sul campo di battaglia per la loro tunica, rossa come il sangue, studiata per non far intravedere le ferite ai nemici. C’è chi sostiene che sui loro mantelli e sui loro scudi fosse riportata la lettera greca lambda (Λ), iniziale dell’antico nome della città, Lacedemone, ma mancano fonti coeve che possano affermare ciò. Era invece nota l’abitudine di dipingere un simbolo personale sull’oplon, come una gorgone, uno scorpione, un toro. Ci fu anche un oplita che dipinse una mosca sul suo scudo: quando gli fu chiesto perché, egli rispose che sarebbe andato così vicino al nemico da far sembrare quell’insetto gigantesco.

La formazione militare, come abbiamo visto, era fondamentale. Il giovane spartano nasceva e si formava con lo scopo stesso di diventare un soldato perfetto, qualcuno in grado di dare la vita per i propri compagni. Per lo spartano la battaglia era parte integrante della propria vita e si doveva approcciare a essa quasi fosse un’opera d’arte. È celebre sotto questo punto di vista l’abitudine di ungersi il corpo e pettinarsi i capelli prima di ogni grande scontro, come avvenne anche alle Termopili.

Molti possono pensare che la forza dell’esercito spartano risiedesse nelle loro tattiche o in qualche innovazione bellica, invece essi non apportarono particolari modifiche allo stile della falange oplitica. Una linea di opliti, armati con una lancia, il dory, di una spada, lo xiphos, e protetti da un pesante scudo di bronzo, l’oplon. Lo scudo era molto più di una semplice difesa: esso costituiva un muro impenetrabile con cui lo spartano avrebbe difeso non solo se stesso, ma anche i suoi compagni. La vera forza dell’esercito spartano era infatti questa, lo spirito di gruppo, unito a una ferrea disciplina, che rendevano ogni soldato disposto a combattere non solo per la propria vita, ma anche per quella di chi combatteva al suo fianco.

Un concetto che ebbe molta fortuna nel mondo greco, e che il generale tebano Gorgida estese nella creazione del Battaglione Sacro, un gruppo di opliti consacrati al dio Eros, uniti tra loro da legami affettivi. Se la persona al tuo fianco è quella che ami di più al mondo, persino l’Ade dovrà temere la tua furia.

Il contributo di Sparta alla Seconda guerra persiana, nella quale assunse il comando delle operazioni, fu fondamentale e rafforzò la sua candidatura a stato guida del mondo greco. Il sacrificio dei trecento soldati spartani al comando di Leonida alle Termopili nel 480 a.C., rimase nell’immaginario collettivo greco come esempio di abnegazione ed eroismo.

La battaglia delle Termopili fu il confronto tra un pugno di guerrieri e un esercito IMMENSO, un’immagine che presenta un’innegabile potenza evocativa e simbolica: di conseguenza è stata frequentemente ricordata in occasione di battaglie in cui uno dei due schieramenti si trovava a dover affrontare l’altro in condizioni di disperata inferiorità, dando prova di eroico spirito di sacrificio.

Nonostante la battaglia delle Termopili si concluse ovviamente con la sconfitta delle forze greche, essa fu fondamentale per permettere agli alleati degli spartani di riorganizzarsi e gettare i semi di quella che sarà la vittoria finale contro gli invasori persiani. Un gesto che fu ulteriormente commemorato nel 1950, quando fu posta una statua di re Leonida sul sito della battaglia.

Per la sua emblematica importanza, oltre a essere stata spesso raffigurata in opere letterarie e cinematografiche, la battaglia è stata oggetto di numerosi riferimenti e citazioni da parte dei mass-media. Il sacrificio degli Spartani ha ispirato artisti di tutto il mondo che nel tempo hanno prodotto un gran numero di opere d’arte, scritti e riferimenti culturali.

La frase greca “Venite a prenderle” (in greco antico: Μολών λαβέ, Molòn labé) attribuita a Leonida I, è stata citata in molte occasioni per esprimere la determinazione a non arrendersi senza combattere.

Parlando di Sparta realtà mito sono talvolta indistinguibili, ma la storia dei suoi guerrieri è di continua ispirazione nella vita come nello sport, dove la sicurezza nei propri mezzi può permettere il raggiungimento di obiettivi ritenuti impossibili. Una sicurezza a tratti irrazionale e folle, tuttavia concreta, riassumibile nelle sprezzanti parole di Leonida alle Termopili nel 480 a.C.:

Ad un uomo, che lo informava di come migliaia di Persiani fossero ormai a ridosso dei pochi opliti a difesa del passo, il re spartano, dinanzi ai suoi trecento soldati Spartani schierati, rispose “Anche noi siamo addosso a loro”.

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«Non la spada, ma lo scudo»

«I Lacedemoni, volendo dimostrare esser maggior cosa il conservar il suo che l’acquistar l’altrui, punivano quegli che avessero perduto nella battaglia non la spada, ma lo scudo»: con queste parole, il gesuita Giovanni Botero descriveva, nel 1589, l’inclinazione degli antichi Spartani alla guerra.

A Sparta la difesa (lo scudo) era più importante dell’offesa (la spada): era con la prima che era possibile proteggere quanto già si possedeva; meno rilevante era conquistare nuovi orizzonti.

(https://www.unipa.it/dipartimenti/cultureesocieta/riviste/hormos/.content/documenti/3_Elena_Franchi_Hormos_12_2020.pdf)

Sparta oggi è una moderna città greca, con alcuni angoli più belli e molti altri inguardabili, con strade distrutte e degrado. Sembra incredibile che qui vivesse Elena, la donna più bella del mondo, e Menelao e che qui Paride arrivò per rapirla e portarla a Troia. Sembra incredibile perché di Sparta ci rimane soltanto la narrazione di città militare, monodimensionale e fornita quasi esclusivamente da storici esterni alla polis Lacedemone. Ma a Sparta si produceva arte e si viveva circondati dalla bellezza come nelle altre Poleis greche, come ad Atene o Corinto, come a Olimpia o Tebe, ma di questo gli spartani moderni forse non si ricordano.

Di Sparta oggi rimane il ricordo, rimane il simbolo di una vita “spartana”, frugale all’inverosimile, in cui il bene della comunità è sempre più importante dell’esigenza del singolo. Si dimentica la lezione di Aristotele che la definì “la più democratica fra le città greche”, non si tiene conto della bellezza e dell’arte che qui furono prodotti. Sparta è il mito dell’esercito più forte del mondo antico, di un gruppo di opliti che resisterono a qualsiasi attacco, che non si arresero mai.

Ma se passate dall’Acropoli, o se vi trovate a Mystras nel castello dei Franchi, sul Taigetos, chiudete gli occhi e immaginate un gruppo di guerrieri in marcia con i loro oplon e i loro tipici elmi Spartani. Immaginateli mentre discutono democraticamente sul da farsi, immaginateli convinti di lottare per la loro libertà contro un invasore straniero. Un invasore che non parla Greco, un barbaro, come lo avrebbero definito loro, indegno anche solo di posare piede sul nobile suolo ellenico. Ci siete riusciti? Beh erano qui, soltanto 2500 anni fa, e per chi sa ascoltare oltre il muro del tempo le loro gesta riecheggiano in questa terra baciata dagli Dei.

La battaglia delle Termopili: gli eroi di Sparta

Una manciata di combattenti ellenici sotto il comando del re spartano Leonida riuscì a frenare per tre giorni l’avanzata del potente esercito persiano e contribuì alla salvezza della Grecia

«Accidenti ai difensori delle Termopili!», sarà stato il pensiero di Serse, il Grande Re, signore dell’Impero persiano, mentre contemplava la resistenza ostinata di una manciata di greci che, nonostante il loro numero infimo, riuscirono ad arrestare l’avanzata di un esercito mai visto prima.

I soldati Spartani, sotto il comando dell’agguerrito Re Leonida, affrontarono innumerevoli nemici, piegando la volontà dell’onnipotente Serse e forgiando per sempre un esempio indelebile di coraggio e sacrificio.

Serse aveva deciso di conquistare e sottomettere la Grecia per vendicare la vergognosa sconfitta subita da suo padre, Dario I, sottomesso dagli ateniesi in occasione della battaglia di Maratona, che si era svolta solo dieci anni prima, nel 490 a.C. Per placare la sua sete di vendetta il Grande Re riunì un esercito immenso, il cui numero doveva essere compreso tra 100.000 e 300.000 uomini. Mandò poi ambasciatori nelle principali città greche con il compito di chiedere “terra e acqua”, una formula con cui in realtà si stava imponendo ai nemici ad arrendersi. Alcuni greci decisero di assecondare il volere del Grande Re e si sottomisero al suo potere. Ma non tutti gli ellenici erano disposti a rinunciare alla loro libertà: alcuni decisero di resistere fino alla vittoria o fino al disastro.

Una volta riunite tutte le nazioni dell’Asia sotto il suo vessillo, Serse guidò le sue truppe fino in Grecia. Nel frattempo presagi oscuri — un’eclissi, una tempesta o delle complicazioni nel parto di una mula — annunciavano disgrazie imminenti. Molti pensarono che, lanciando l’invasione, il Grande Re avesse offeso gli dei. Serse però non si fece intimidire e guidò le sue truppe nel nord della Grecia, dove uno stretto sentiero correva tra le montagne e il mare. La gola che separava Serse dalla Grecia era chiamata Termopili, “le porte calde”, a causa delle sorgenti calde che si trovavano nelle vicinanze. Secondo il mito il leggendario Eracle morì proprio in quel luogo, che era considerato la porta d’ingresso per la Grecia. Serse vi giunse nell’agosto del 480 a.C., esattamente 2500 anni fa.

Organizzare la resistenza:

Quando i greci avvertirono la minaccia del grande esercito persiano, nessuno dubitò nel porre il comando militare della difesa nelle mani degli spartani. Gli uomini di Sparta dedicavano la vita ad addestrare i loro corpi al combattimento. La agogél’educazione spartana, era un decalogo di sopravvivenza e sforzo con cui i cittadini venivano addestrati nell’esercizio delle armi. Per questo motivo gli spartani venivano chiamati homoioi, “uguali”, giacché tutti avevano ricevuto la stessa istruzione e avevano gli stessi diritti.

Ma Sparta aveva delle tradizioni ferree e, quando giunse il momento di prendere le armi contro la minaccia persiana, nella città erano in corso le Carnee, le feste sacre in onore del dio Apollo, durante le quali vigeva il divieto di mobilitare l’esercito. Allora Leonida I, uno dei due diarchi (o re) di Sparta, decise di prendere in mano la situazione. Vista l’impossibilità di mobilitare l’esercito spartano per la guerra, convocò i membri della guardia reale e scelse tra loro quelli che avevano figli maschi, assicurando così la sopravvivenza delle loro famiglie se fossero morti in combattimento. Riuscì a riunire solo trecento spartani, con i quali si diresse a nord per rallentare l’avanzata del minaccioso esercito nemico.

Quando Serse giunse alle Termopili, i greci avevano già organizzato la resistenza. Dal Peloponneso erano giunti perieci e iloti, abitanti dei territori vicini a Sparta, scelti con attenzione da Leonida sia per il loro coraggio che per la rettitudine morale. C’erano anche forze provenienti dalla Tespia e dalla Focide, e finanche qualche locrese; persino i tebani, di cui nessun greco si fidava all’epoca perché sospettati di stringere patti con il nemico, mandarono alcuni squadroni. È dunque probabile che le forze greche ammontassero a circa 7000 combattenti.

Gli spartani erano addestrati per il combattimento a ranghi serrati — la falange, costituita da opliti pesantemente armati –, mentre il resto dei greci probabilmente erano artigiani e contadini che possedevano un equipaggiamento oplita e che erano stati reclutati proprio in base a questo, ma che non necessariamente avevano nozioni di combattimento. Insomma, la resistenza greca si basava sì su 7000 uomini, ma fra questi c’erano pochissimi soldati.

La sorpresa del Grande Re:

Ma i greci avevano anche qualche elemento di vantaggio. L’orografia del terreno gli era del tutto favorevole, poiché lo stretto sentiero era largo circa 15 metri. Anche così, Serse non credeva che i greci volessero affrontarlo e aspettò tre giorni prima di attaccare, certo che gli avversari sarebbero fuggiti in qualsiasi momento. Il quarto giorno però liberò la sua furia e ordinò ai suoi soldati di marciare contro i greci e di catturarli vivi. Così i persiani, forti della loro superiorità numerica, attaccarono con decisione. Tuttavia i persiani morti furono tanti, mentre i greci non sembravano cadere con la stessa facilità. Leonida, con la sua falange, sbarrava il fondo della gola, impedendo il passaggio a chiunque. Il combattimento durò fino al tramonto, e alla fine i Greci erano ancora in piedi. Il primo giorno della battaglia era finito.

C’era una sorta di misticità, secondo i greci, in quella battaglia: gli ellenici credevano che tutti i popoli barbari fossero schiavi e, secondo loro, l’esercito nemico non era da meno, in quanto i persiani si sottomettevano alla volontà del loro padrone, il Grande Re, a cui sottostavano e che li mandò in battaglia con un completo disprezzo per le loro vite. Dal canto loro i greci combattevano per qualcosa di cui erano convinti, difendevano il loro stile di vita che definivano come risultato della libertà. La lotta che metteva a confronto gli uni e gli altri acquisì dunque, agli occhi dei greci, un aspetto universale al confrontare molti schiavi con pochi uomini liberiIl numero dei caduti persiani diede ragione ai greci: gli uomini liberi erano superiori ai barbari.

Un esercito di uomini liberi:

I greci combattevano schierandosi in una formazione compatta di opliti equipaggiati con un elmo, un’armatura, una lancia e uno scudo rotondo, l’hoplón, da cui gli opliti prendevano il nome. Ogni soldato proteggeva il compagno alla sua sinistra con lo scudo mentre la formazione avanzava verso il nemico. La falange di Leonida era un’unità di combattimento solida, una roccia immobile contro la quale i persiani si infrangevano a ondate inviate da Serse.

D’altra parte i persiani erano dotati di un equipaggiamento difensivo molto meno efficace e il fatto che non potessero schierare la loro temibile cavalleria a causa del terreno non gli facilitava le cose. Così il secondo giorno Serse decise di impiegare la sua truppa d’élite, gli Immortali, diecimila uomini dotati di equipaggiamento molto più completo rispetto al resto della fanteria persiana. Ma lo scontro causò di nuovo innumerevoli vittime tra i persiani: il grande esercito era intrappolato, incapace di superare il piccolo gruppo di nemici che difendevano il passo.

Tradimento e morte:

Fu allora che un personaggio inatteso rimescolò le carte in tavola. Efialte, un pastore greco, raccontò a Serse dell’esistenza dell’Anopea, un sentiero segreto che gli avrebbe permesso di aggirare la posizione dei greci e di accerchiarli. I persiani marciarono tutta la notte e verso l’alba sbaragliarono la difesa di un piccolo avamposto focese. Intanto, nell’accampamento greco, i presagi e gli oracoli dei veggenti confermarono a Leonida che la morte era molto vicina. Il diarca concesse alla maggior parte dei greci di partire, dispensandoli da qualsiasi obbligo, e rimase solo con i trecento spartani e diversi volontari che decisero di condividere il destino del re.

Mentre gli alleati si ritiravano per avvertire dell’avanzata persiana e per aiutare nella difesa delle rispettive città, Leonida e i suoi uomini rimasero alle Termopili aspettando con calma la fine. Quella stessa mattina Serse ordinò la carica per liberare il passo. Per tutta risposta, i greci abbandonarono la posizione difensiva e uscirono allo scoperto, per affrontare la morte faccia a faccia. La battaglia fu cruenta e vi morirono più greci che nei combattimenti dei giorni precedenti. Con loro cadde però anche un enorme numero di persiani.

I greci combatterono con la furia di chi non ha più speranze. Con le armi ammaccate e le lance spezzate continuarono ad attaccare. La loro feroce determinazione fu tale che Serse decise di finire i sopravvissuti con una pioggia di frecce per evitare che altri suoi soldati si avvicinassero agli spartani, e che il suo esercito subisse ulteriori perdite. E anche così, Leonida e i suoi uomini lottarono fino all’ultimo respiro.

Il cadavere del re spartano fu crudelmente mutilato dai persiani, che gli tagliarono la testa per appenderla a un bastone. Dopotutto Leonida era, ai loro occhi, il responsabile della morte di migliaia di compagni. Ma lui e i suoi uomini divennero, attraverso il loro sacrificio, eroi imperituri, simboli di coraggio e dedizione, e raggiunsero la gloria per l’eternitàLa gloria degli ultimi difensori delle Termopili e della libertà.

(https://www.storicang.it/a/battaglia-delle-termopili-gli-eroi-di-sparta_14885)